«

»

Giu 05

A proposito di stratificazione del rischio cardiovascolare

Marco Rossi

Commento all’articolo: Improvements in risk stratification for the occurrence of cardiovascular disease by imaging sub-clinical atherosclerosis: a systematic review. Peters S.. et al.: Heart, febbraio  2012

Sebbene algoritmi basati sulla valutazione dei tradizionali fattori di rischio cardiovascolare  si siano dimostrati utili allo scopo di predire il rischio di eventi cardiovascolari di un dato soggetto, la loro accuratezza varia considerevolmente  all’interno della popolazione generale. Al fine di stimare con maggiore precisione il rischio cardiovascolare di un dato individuo sono state proposte indagini, come l’eco-color-Doppler, volte a valutare il danno aterosclerotico, partendo dal presupposto che l’aterosclerosi, oltre ad essere la risultante della esposizione ai vari fattori cardiovascolare, è anche la condizione patologica più spesso alla base degli eventi.

Tuttavia, nonostante vi sia una larga messe di studi clinici che hanno preso in esame la utilità di tale approccio metodologico e siano state elaborate numerose linee-guida a riguardo, il grado di efficacia delle metodiche ad ultrasuoni nel fornire un “valore aggiunto” ai fini della valutazione del rischio cardiovascolare di un dato individuo,  non è stata ancora chiarito.

Una  metanalisi recentemente pubblicata sulla rivista Heart (Sanne A. et al: febbraio 2012, 98: 177-184) tenta di gettare una maggiore luce su questo importante e complesso problema metodologico, dai risvolti, peraltro, di non trascurabile impatto nella pratica giornaliera dell’angiologo.

Le indagini ad ultrasuoni prese in esame in questa meta-analisi sono la cosiddetta “dilatazione flusso mediata” dell’arteria omerale, di cui è ben dimostrata l’utilità nella valutazione della funzione endoteliale, e l’esame eco-color-Doppler delle arterie carotidi,  nel suo impiego sia per la misura dello spessore medio-intimale, che per la  identificazione di placche carotidee.   Un’altra indagine su cui si concentrata l’attenzione degli autori della meta-analisi èla TACmultistrato per la misurazione delle calcificazioni coronariche, di cui alcuni studi recenti hanno evidenziato l’utilità per la valutazione del rischio cardiovascolare dei soggetti indagati.

Dalla analisi di ben 1122 studi pubblicati in letteratura sino all’ottobre 2011, gli autori hanno enucleato 25 studi dotati di adeguato rigore metodologico e specificamente finalizzati all’obiettivo che la meta-analisi si era prefissato di verificare.

In sintesi, questa meta-analisi ha dimostrato che le metodiche prese in esame, con la sola eccezione della dilatazione flusso-mediata dell’arteria omerale, sono in grado di stimare con maggiore accuratezza  il rischio cardiovascolare, rispetto all’impiego dei soli algoritmi,  quando applicate a soggetti asintomatici, non diabetici, giudicati a rischio intermedio sulla base dei tradizionali fattori di rischio.

 

Infatti, la percentuale di soggetti a rischio intermedio, il cui rischio cardiovascolare risulta diversamente classificato in base all’indagine (INR intermediate), rispetto a quanto stimato in base agli algoritmi, è significativo per l’eco-color-Doppler carotideo nei vari studi presi in esame. Il più alto INR intermediate raggiunto, nei vari studi presi in esame, è stato di 18.0 %  nel caso di aumento dello spessore medio-intimale carotideo, e di 17.7 %   nel caso di riscontro di placche carotidee.  Altrettanto significativo è risultato il valore di INR intermediate perla TAC multistrato delle arterie coronariche, di cui peraltro viene messa in risalto la caratteristica di metodica di non facile applicabilità e non del tutto scevra da potenziale pericolosità.

 

I risultati di questa meta-analisi sono importanti perché gettano una maggiore luce sulla efficacia, anche in termini di predizione del rischio cardiovascolare, di una metodica come l’ eco-color-Doppler delle arterie carotidi, che l’angiologo è chiamato ad eseguire nella propria pratica quotidiana. Questi stessi risultati sottolineano ancora una volta l’importanza per l’angiologo di conoscere a pieno il valore degli esami che esegue, con l’obiettivo di arricchire di ulteriori contenuti la stessa valutazione clinica e prognostica del proprio paziente.  Questi risultati meritano infine di essere presi in considerazione anche allo scopo di migliorare la appropriatezza dei percorsi diagnostici nei soggetti con negatività clinica per malattie cardiovascolari.