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Ott 02

Gita a Firenze 3

Gabriele Alari

“ Nella mia prima Angionews riportavo la mia esperienza personale con le Statine che avevano rallentato molto le mie performance turistiche ( solo quelle naturalmente …! ) durante una gita con la famiglia a Firenze , facendomi presagire scenari funesti di vecchiaia ed invalidità precoci. Il tutto risoltosi poi felicemente con il passaggio a una terapia di associazione con Ezetimibe e Statina di prima generazione a basse dosi, che mi aveva consentito non solo di mantenere il mio Colesterolo LDL a dosaggi bassi, ma che, secondo i dati dello studio Improve.it proprio in quei tempi licenziato e concluso, avrebbe dovuto evitarmi accidenti cardio-vascolari non desiderati. Ebbene, a distanza di più di un anno, gli accidenti cardio-vascolari temuti non si sono verificati ed il mio Colesterolo LDL viaggia sempre sotto valori soglia < 70 ml/dl che sono persino eccessivi in prevenzione primaria , ma che, come concludevo, ero convinto assieme a qualcun altro (vedi riferimenti bibliografici delle precedenti Angionews ) che, per quanto riguarda il Colesterolo, più basso è , meglio è (“ Lower is Better “ ). Ora non ne sono più tanto convinto. Secondo uno studio osservazionale pubblicato recentemente su Jama Internal Medicine ( 1 ) l’utilizzo di Statine per abbassare il Colesterolo LDL <70 mg/dl. in prevenzione secondaria non sembra ridurre ulteriormente gli accidenti cardio-vascolari come in un primo tempo supposto. A questo punto mi devo rifare alla ottima Newsletter di Beniamino Zalunardo sulle ultime Linee Guida Americane sul trattamento con Statine ad elevata intensità nella cardiopatia ischemica indipendentemente dal livello di Colesterolo LDL ed alle Linee Guida Europee che raccomandano ancora che il trattamento sia titolato per raggiungere una livello di Colesterolo LDL< a 70 mg/dl. Entrambe le Linee Guida comunque si basano su due studi clinici che hanno dimostrato una significativa riduzione degli eventi ischemici miocardici con un regime terapeutico con statine ad alta intensità piuttosto che a bassa intensità.

Nello studio pubblicato su Jama sono stati testati oltre 30.000 pazienti con cardiopatia ischemica, in trattamento con Statine, che sono stati suddivisi in tre gruppi: a basso contenuto di Colesterolo ( LDL< 70 mg./dl. ); a moderato contenuto ( 70-100 mg/dl ), ad alto contenuto (100-130 mg./dl. ). Il tasso di eventi avversi cardiovascolari maggiori è risultato simile nei due gruppi a basso e moderato livello di Colesterolo LDL , e significativamente più basso nel gruppo a moderato livello, rispetto al gruppo ad alto livello di Colesterolo LDL.

Le conclusioni di questo studio sono che, contrariamente a quanto ritenuto precedentemente, sia pur in modalità differenti, sia dalle Linee Guida Americane che dalle Linee Guida Europee, il concetto del “ Lower is Better “ , a me tanto caro ( non ricordo chi pur paradossalmente affermò che per livelli di Colesterolo zero, non si morirebbe più ), probabimente va rivisto e non più preso come “ oro colato “ o l”Araba Fenice ” a cui tendere. Il livello di Colesterolo LDL ideale per i pazienti anche in prevenzione secondaria sarebbe quindi < 100 mg/dl, il che semplificherebbe anche il trattamento, consentendo una migliore tolleranza degli eventi avversi (come dolori muscolari, stanchezza, disfunzioni cognitive e diabete ) e potenzialmente invalidanti comuni al trattamento con Statine ad elevata intensità, migliorando anche la compliance del paziente alla terapia, che è indubitabilmente fondamentale.

Mi trovo ancora una volta in Piazza della Signoria (direte ma sei sempre a Firenze?, ebbene sì mi piace ) e finalmente rappacificato con il livello del mio Colesterolo vado a farmi una bella fiorentina (bistecca naturalmente, cosa avevate capito…? ) con un buon bicchiere di Chianti.

 

Bibliografia

  • Association Between Achieved Low-Density Lipoprotein Levels and Major Adverse Cardiac Events in Patients With Stable Ischemic Heart Disease Taking Statin Treatment

Morton Leibowitz, MD1,2; Tomas Karpati, MD1; JAMA Intern Med. 2016;176(8):1105-1113. doi:10.1001/jamainternmed.2016.2751. Text Size: A A A