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Apr 17

Il Giorgione ai tempi di iTunes …..Veneti Polentoni? Si grazie!

L. Maresca  –  D. Gasparini*

*Docente di Storia dell’agricoltura e dell’alimentazione nell’Università di Padova

 

Nei week end di primo sole del 2013, paradossalmente suggeriamo ai lettori un itinerario tutt’altro che marittimo, sicuramente ricco di storia e di fascino.

Ora, proprio ora, che con iTunes, la meravigliosa e diabolica libreria informatizzata universale, è possibile colorare ogni nostro ricordo con un motivo. Attraverso le Sette Note che, come Dee antropomorfe, custodiscono ed articolano incessantemente il succedersi ordinato  di suoni che si chiama Musica; proprio ora, come canterebbe Battisti, “ sì viaggiare” a dispetto di crisi vere o paventate.

La tecnologia è sempre positiva se amplifica e non sostituisce le esperienze emotive.

E dunque…Veneto!

Lo stile è un raffinato “noir”, pochi minuti su iTunes e per sempre nella nostra mente ci sono le note di “Almost Blue” di Chet Baker, un bicchiere di buon vino rosso Montello, una (ed una sola!) sigaretta, luci soffuse, e  a tavola nel letterario rifugio  di Asolo uno tra i pochi municipi in età romana, che fu dimora delle delusioni di  Eleonora Duse, con gli amici Veneti, ad assaggiare le prelibatezze  di questa terra.

Terra di gente concreta, disincantata ed abituata al lavoro.

Una terra dura che offre il prodotto più raffinato: il Radicchio Rosso Tardivo di Treviso, prodotto IGP,  proprio sul venire dell’inverno. Un paradosso agrario perché’ la terra veneta offre il suo frutto più prestigioso, il radicchio, in una stagione che Demetra regala a tutti gli altri umani come faticosa e senza frutti.

Castelfranco Veneto val ben una gita! Una città murata  medioevale, come altre attorno Cittadella, Montagnana,  gentile ed ordinata, del Trevigiano. Culla del Radicchio variegato. L’elemento che più caratterizza Castelfranco è il Castello, che  con antico e saggio orgoglio racchiude “in grembo”, il centro storico. Difeso da mura molto alte, di mattoni rossi (come il radicchio), comprende sei torri, quattro delle quali sono a guardia dei  vertici della base quadrata: una sulla mediana sud (verso Padova), trasformata in campanile del duomo, l’altra sulla mediana ad est (verso Treviso). Da un disegno conservato pressola Biblioteca Comunalesi notano in totale sette torri. L’ultima, abbattuta, era posta sulla mediana ovest (verso Cittadella). Nel Duomo vi è uno dei più pregevoli saggi pittorici del Giorgione, nativo di Castelfranco:la Pala“Madonna in trono col Bambino” tra i santi Liberale e Francesco datata 1503-1504. Il manto sul grembo della vergine ha le tonalità del rosso che richiamano alla mente le tinte del Radicchio. Il Castello: antico epifenomeno del concetto di accampamento, le mura del Castello rappresentano nel Simbolismo medioevale il perimetro della civiltà.  Sette (7) è il numero delle torri (come sette sono i nomi delle note “musicali” che ricombinate in musica sono custodite in iTunes), una sorta di cabala medioevale: sette numero misterico, è la somma di 4+3, la somma del numero delle arti del Quadrivio e del Trivio. Intorno alle mura un fossato, aggraziato da una fossa  circolare, simbolo di corso e ricorso storico,  bambini che respirano la storia e che giocano con leggiadre “peperelle”. E’ proprio il caso di citare Régine Pernaud nel dire “Medio Evo un secolare pregiudizio”- altro che secoli bui! (2).

Ed a proposito di Castelfranco Veneto: poco fuori le mura vi è una  delle importanti Unità Operative  di Angiologia in Italia.

E poi tutti a tavola: i “fritti”, ma che scoperta! Altro che “tempura” nipponica, questi sono i “tempi” della nostra Italia, una pastella dorata e croccante, con un cuore caldo di Radicchio o di Polenta.

Signori e Signore la “Polenta”, una mamma dal manto bianco o  dorato, un alimento sicuro e rassicurante, tanto da indurci a  chiedere, per questo numero di Minima Methodica dedicato alle meraviglie del Trevigiano, a chi realmente se ne intende qualcosa di più (3).

La locuzione popolare “Veneti Polentoni”, è  un blasone  che per decenni ha bollato i Veneti… che fa la pari con altri epiteti in altre regioni italiane: ad esempio Napoletani mangia maccheroni o Francesi mangiarane.   Una ragione storica  c’è: la polenta ha rappresentato per il Veneto una precoce e straordinaria innovazione  che ha permesso a intere generazioni di scollinare drammatiche crisi alimentari tra Cinque e Seicento,  prima di condannare intere generazioni alla pellagra legando indissolubilmente  polenta e miseria.  Nel processo identitario il cibo gioca un ruolo fondamentale. Ancor oggi recita un proverbio padovano: “ mi stae daea parte del formenton” ( sto, politicamente,  dalla parte dichi mi garantisce la polenta )  e gli fa eco un detto trevigiano: “ ‘ndemo verso  poenta”, (andiamo verso polenta) per alludere al ritorno a casa, dove usando una figura retorica,  ( la metonimia forse? o la sineddoche?) la stessa casa si identifica con la polenta fumante.

Il mais arriva, si sa, dentro al   ricco pacchetto alimentare colombiano: patata, pomodoro, cacao, peperoncino, tacchino per citare i  soliti noti. Ma ognuno di questi verrà adottato nei codici alimentari in tempi diversi. La patata un paio di secoli, dopo un devastante carestia a fine ‘700: la fame genera “gastronomia”, rende commestibile  quanto si pensava immangiabile. Il pomodoro per un secolo e mezzo sarà solo decorativo. Perché allora il mais a distanza di quarant’anni, forse meno è già sulle tavole contadine? Perché nella grammatica del cibo è un sinonimo, non sconvolge la sintassi: si facevano da secoli polentine di sorgo ( a proposito sorgo turco perché strano e bizzarro), di miglio, di orzo. Di suo poi si scopre che produce di più e sazia, anche se, chioserà Vincenzo Tanara, agronomo bolognese,  “ dà poco fiato”. Inizierà allora  la conquista delle campagne, a scapito di altri cereali minori e legumi, diventerà piatto unico, celebrato negli erbari, ne trattati di agronomia, ma non sarà nelle tavole aristocratiche. Scriverà il canonico G.B. Barpo, bellunese nel 1634: “  Il povero con simil biada sostenta agiatamente se stesso e la sua famigliola e … molti hanno osservato ( et è gentil pensiero) che doppo introdotta questa biada, gli huomini vengono di maggiore procerità, più bianchi, sani, gagliardi, allegri”. Ma non saranno allegri i contadini veneti e lombardi  negli anni ’80 dell’Ottocento, quando, peggiorate le condizioni economiche e sanitarie, la pellagra ( la malattia delle tre D ( non quelle televisive: dermatosi, diarrea e demenza) lascerà dietro di sé una scia di sofferenza, di morte, di disperazione , colpendo soprattutto le donne, in continuo stato di deficit e monotonia alimentare. Quando, negli anni trenta del Novecento, si scopriranno le cause della pellagra, il masi era già uscito dal regime alimentare quotidiano. È tornato nei piatti anche dell’alta ristorazione, recentemente, per celebrare una sorta di ritrovata e rivendicata  identità,  ( a proposito :bianca o gialla?) come cibo della memoria, della convivialità , per esorcizzare, forse, anche le nuove paure, quelle che vedono il mais protagonista delle esperienze transgeniche: ma questa è un’altra storia, e non riguarda più soltanto i Veneti.

Veneto tra antico e nuovo, un auspicio alla valorizzazione delle culture italiche ed alla integrazione sociale.

Buon Viaggio!

 

* Danilo Gasparini, Università di Padova, Docente di Storia dell’agricoltura e dell’alimentazione.

 

BIBLIOGRAFIA

1)      http://www.castelfrancoveneto.it

2)      R. Pernaud. Medio Evo un secolare pregiudizio. Ed. Bompiani, 1983.

3)      D. Gasparini, Polenta e formenton. Il mais nelle campagne venete tra XVI e XX secolo, Cierre, Verona 2002.