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Ago 28

SPERIMENTAZIONE ANIMALE Il documento della Consulta della Società Scientifiche per la Prevenzione delle Malattie Cardio-Vascolari, condiviso da SIAPAV.

 L’uso degli animali per la ricerca – la posizione della Consulta SCV

Le vicende di un allevamento di cani beagle destinati alla sperimentazione hanno goduto recentemente di un’ampia copertura mediatica, riportando all’attenzione del pubblico il tema dell’uso degli animali per la ricerca scientifica.

Senza entrare nel caso specifico, ma ricordando che gli animali destinati alla ricerca (come tutti gli animali allevati dall’uomo, per qualunque scopo) devono essere mantenuti nelle migliori condizioni di vita possibili, rispettando scrupolosamente le leggi in materia,la Consultaperla Prevenzionedelle Malattie Cardiovascolari (Consulta -SCV) ritiene opportuno intervenire sull’argomento, rivolgendo all’attenzione dei media e del pubblico alcune riflessioni.

Il termine “vivisezione”, utilizzato largamente in queste settimane sulla stampa ed in televisione a proposito dall’impiego di animali per la ricerca, è ingannevole, fuorviante e, spiace dirlo, spesso usato in modo strumentale. Una reale procedura di “vivisezione” (termine peraltro privo di un reale significato tecnico) non produrrebbe alcun dato sperimentale di interesse, visto che qualunque organismo, in condizioni tanto estreme, reagirebbe, sul piano biochimico, funzionale e comportamentale, in modo altrettanto estremo, non applicabile ad altre situazioni di carattere fisiologico o patologico. Il termine “vivisezione” dovrebbe quindi essere del tutto abbandonato, per la sua evidente inappropriatezza e per l’immotivato contenuto emotivo che esso trasmette, quando sia utilizzato come sinonimo di “uso di animali per la ricerca scientifica”.

L’uso di animali a fini scientifici e conoscitivi è peraltro del tutto inevitabile allo stato attuale, sia nella ricerca di base e sia in quella di natura farmacologica o, più in generale, terapeutica. Non è infatti in alcun modo eticamente ipotizzabile che trattamenti farmacologici, o procedure sperimentali di natura chirurgica, vengano impiegate nell’uomo senza essere state adeguatamente testate in modelli animali.

L’uso di cellule isolate o di modelli computerizzati, frequentemente invocato da alcuni, o di organi espiantati o arti amputati, proposto da altri, sarebbe attualmente del tutto inadeguato a sostituire l’uso dell’animale da esperimento. Si pensi, per esempio, allo studio degli effetti di un alto tasso di colesterolo o dell’ipertensione sulle arterie: è intuitivo che nessuno dei modelli alternativi ipotizzati potrebbe permettere di studiarne le conseguenze croniche, che interessano l’intero organismo, o di valutare adeguatamente l’effetto di farmaci che ne controllino gli effetti. L’uso di questi modelli (che sono complementari, e non alternativi, all’uso dell’animale da esperimento), sono comunque impiegati nella ricerca biomedica in tutti i casi in cui ciò sia possibile.

Analoghe considerazioni possono essere fatte relativamente al rischio di malformazioni fetali associato all’uso in gravidanza di sostanze ad azione terapeutica, che pure non può essere studiato che nell’animale da esperimento. Per ovviare alle ben note differenze tra la fisiologia dell’animale e dell’uomo, gli studi di teratogenesi prevedono, attualmente, il test delle molecole in esame in animali di almeno due specie diverse, di cui una di non roditori: e da quando questa procedura è utilizzata sistematicamente casi come quello tristemente famoso del talidomide non si sono più osservati. 

Non va, inoltre, sottovalutato l’uso di animali nello sviluppo di nuove tecniche chirurgiche. La moderna chirurgia dei trapianti, i cui vantaggi sono evidenti a chiunque, ha per esempio un grandissimo debito nei confronti degli animali impiegati (in genere maiali, che sono caratterizzati da analogie anatomiche importanti con l’uomo), e tale impiego non è in alcun modo evitabile allo stato attuale.

 A riprova di quanto sopra, è ben noto alla comunità scientifica che le malattie per le quali non esistono adeguati modelli sperimentali nell’animale (come ad esempio la depressione) sono in genere meno comprese nei loro meccanismi patogenetici, e caratterizzate da una minore disponibilità di trattamenti terapeutici efficaci e sicuri.

 Il benessere dell’umanità dipende, per ora senza alternative percorribili, da una ricerca sperimentale condotta anche nell’animale da esperimento. Il recente allungamento della vita umana (che è cresciuta di oltre trent’anni, in Italia, nell’ultimo secolo), deriva dall’uso di farmaci e procedure terapeutiche studiate nell’animale, dal miglioramento della sicurezza alimentare (cui ha contribuito l’uso di additivi la cui sicurezza è stata accertata nell’animale), dal progresso generale delle conoscenze biomediche, cui la ricerca sperimentale di base, che quasi sempre si avvale della sperimentazione animale, ha grandemente contribuito. Ogni rallentamento o interruzione della ricerca produrrà (a breve, medio e lungo termine) risultati negativi sullo sviluppo di nuove conoscenze ed in particolare (ma non solamente) di nuovi farmaci, con un rallentamento del progresso scientifico e quindi della tutela della salute umana. Legislazioni nazionali eccessivamente restrittive faciliteranno il trasferimento all’estero di progetti di ricerca, di competenze, di esperti: con il risultato di un impoverimento – non solamente economico ed industriale – del nostro Paese.

 In conclusione, non si può non sottolineare che procedure inutilmente cruente, eseguite su animali da esperimento, susciterebbero orrore negli sperimentatori esattamente come in qualunque altra categoria professionale e nella comunità civile nel suo complesso. Chi si occupa per professione o per passione di ricerca biologica, farmacologica o clinica (sia in ambito pubblico che privato, ivi compresa l’industria che fa ricerca) e per tali motivi impiega animali nella propria sperimentazione ha il diritto di non essere considerato un “torturatore di animali”, come spesso invece accade.

Qualunque ricercatore sa bene, tra l’altro, che gli animali impiegati nella ricerca svolgono, per il genere umano, un ruolo ben più nobile ed importante di quelli allevati per essere utilizzati come alimento o per altri scopi (la produzione di pellicce, ad esempio, o le attività venatorie). E’ anche per questo che gli animali devono essere trattati con il massimo rispetto e con la massima cura; l’obbligo di sottoporre obiettivi e caratteristiche delle sperimentazione sull’animale ad appositi Comitati Etici rappresenta un’ulteriore ed importante garanzia al proposito.

Chi propone l’abolizione dell’uso degli animali per la ricerca dovrebbe inoltre accettare di confrontarsi con la comunità scientifica, in dibattiti pubblici, ed approfondire con razionalità e senza ideologie preconcette le conseguenze, di medio e lungo periodo, che una tale scelta comporterebbe, posto che oggi tutti i farmaci che consumiamo e che salvano tante vite umane, sono passati attraverso la sperimentazione animale